Il matematico inglese, criptanalista e padre dell’informatica, Alan Mathison Turing, rientrava perfettamente nello stereotipo dello scienziato mentalmente assente e sciatto. Era balbuziente e trasandato nel vestire e nell’igiene personale: portava la giacca del pigiama al posto della camicia, la sua barba era sempre lunga e le unghie spesso sporche.

Infantile (a 22 anni si fece regalare per Natale un orsacchiotto di pezza), anticonformista per natura, antiaccademico (il che spiega il motivo per cui a 36 anni era ancora un assistente universitario), era un tipo solitario.

E questa tendenza a lavorare in solitudine lo portò a scoprire teoremi che, a sua insaputa, erano già stati scoperti e dimostrati da altri (capitò con il “teorema del limite centrale”, dimostrato da Lindeberg nel 1922 e riscoperto da Turing nel 1934, con il “problema della decidibilità” risolto in anticipo dal logico statunitense, Alonzo Church, e con lo sviluppo in serie di arctanx che J. Gregory aveva descritto nel 1668, battendo d’anticipo di due secoli Turing). Socialmente aveva grosse difficoltà a comunicare con le persone, cosa aggravata dal fatto che ignorava tutti quelli considerati intellettualmente inferiori (non sopportava gli sciocchi e, di conseguenza, abbandonava le compagnie idiote e le conversazioni vuote immediatamente, e senza una parola di scusa o di commiato).

Legava la tazza da tè al termosifone con il lucchetto, per evitare che gli fosse sottratta o rubata, e pretendeva di poter lavorare quando si sentiva di farlo (in particolare, di notte e fuori dell’orario d’ufficio).

Disprezzava la separazione tra “atleti” ed “esteti”, tradizione di Cambridge, nutrendo dall’adolescenza fino alla morte una forte passione per la bicicletta e per la corsa (mostrando che attività intellettuale e attività fisica non erano tra loro incompatibili). Si massacrava più volte alla settimana con interminabili corse mantenendosi in forma con una mela che mangiava sempre prima di andare a letto. Durante il periodo dell’impollinazione, per evitare la febbre da fieno, andava in bicicletta con la maschera antigas, e durante la stagione delle piogge, avvolto in tela cerata gialla.

Gettava nel cestino le lettere della madre senza mai leggerle, sostenendo che ella stava senza dubbio benissimo. Effettuava calcoli con numeri in base 32 scritti all’indietro (come si dovevano inserire nel computer), anche nel corso delle conferenze pubbliche.

Giocava a tennis nudo sotto un impermeabile, e una volta discusse con un bambino se Dio avrebbe preso il raffreddore se si fosse seduto sulla nuda terra. All’inizio della Seconda guerra mondiale, convertì quasi tutti i suoi averi in lingotti d’argento che seppellì in un bosco presso Bletchley, in un modo talmente sicuro da non riuscire più a ritrovarli dopo la fine della guerra, nonostante l’uso di un metal detector.

Apertamente omosessuale, fu arrestato nel 1952 per atti osceni e non incarcerato con la condizione che si sottoponesse ad una cura ormonale per “correggere” la sua omosessualità. Prostrato e umiliato, il 7 giugno 1954 si suicidò mordendo la sua solita mela, questa volta addizionata con cianuro.

La morte di Turing fu ritenuta un suicidio, sebbene sua madre si opponesse strenuamente a tale ipotesi, ritenendo che il figlio, notoriamente distratto, avesse involontariamente contaminato l’alimento con la sostanza chimica, nel corso dell’ennesimo esperimento chimico da “alchimista”, finito male. Altri fecero notare la somiglianza della sua morte con l’episodio narrato nella favola di Biancaneve, la fiaba preferita da Turing (che era solito canticchiare per giorni l’incantesimo della strega malvagia sulla mela velenosa).

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